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Il dito di Fontcuberta

da

Il vantaggio di indicare a metà.

 

Giugno 2023

Ho appena finito di leggere il libro Contro Barthes di Joan Fontcuberta.
Non voglio addentrarmi troppo nella sua delicata “critica”, a cui ci guida nel finale, verso alcuni concetti che Barthes esprime in La Camera Chiara, ci sarà tempo e spazio per farlo in modo più approfondito.

Pe ora, vorrei soffermarmi su alcuni pensieri nati spontaneamente durante la lettura.
Il libro si apre e chiude con due serie di immagini, in cui  soggetti indicano qualcosa all’interno della foto in cui sono ritratti e lo fanno con il dito indice.

La prima riflessione, sciocca ma non troppo, è stata che solo una persona con una menomazione al dito indice, avrebbe potuto riflettere sull’importanza dell’indice in fotografia e nella vita (Fontcuberta, a seguito di un incidente d’infanzia, ha perso metà del suo dito indice). Tuttavia lo fa in modo elegante e motivato. E’, infatti, intorno all’indicare che raggiunge il fulcro della sua “critica” verso un concetto altrettanto importante che Barthes ci ha trasmesso: la foto non è, è stata! Si ma è stata cosa? Si chiede Fontcuberta.

Il concetto di passato che Barthes attribuisce alle immagini, nelle foto con il dito indice, proposte da Fontcuberta, sembra entrare in conflitto con la contemporaneità dell’osservatore: viviamo nel presente mentre osserviamo un passato.

Se da un lato, l’istante in cui l’immagine è stata realizzata, appartiene ad un passato irripetibile in cui il soggetto/oggetto è definito da Barthes spectrum – non a caso, lo stesso Barthes, associa al passato rappresentato dalle foto il concetto di morte – dall’altro esistono lo stesso passato e lo stesso presente, con la differenza che l’osservatore pone la sua attenzione verso la cosa indicata e non più all’intero spectrum.

C’è un’altra differenza che ritengo importante: secondo Barthes esiste la libertà di dialogare con la foto attingendo dall’intimo di chi la osserva, infatti, dopo una serie di termini provvisori conia anche la parola punctum per definire il dettaglio o il pensiero che fa scattare l’attrazione intima tra foto e fruitore. Dalle riflessioni di Fontcuberta, al contrario, emerge la “morte” di questa libertà. Non abbiamo più la possibilità di scegliere, la differenza tra i due pensieri emerge proprio nel dialogo tra foto e fruitore: da intimo diventa pubblico.
Barthes, riflette davanti a foto di amici, di famiglia o anche di grandi maestri, chiarendo però che, di molti autori, apprezza solo una o due fotografie. Fontcuberta invece analizza un’osservazione più estesa, non a caso le foto che porta ad esempio, appartengono alla Nota Roja, termine con cui noi indichiamo la cronaca nera o la stampa sensazionalistica interessata a fatti cruenti e, anche se per entrambi, l’atto di fotografare consegna l’immagine di un “istante morto” al presente dell’osservatore, per Barthes esiste la libertà di scegliere se prestare attenzione o no alla foto, circoscrivendo cioè il “dialogo” tra lo spectrum e chi lo osserva, per Fontcuberta, l’indice “uccide” quella libertà, consegnado la foto ad una interpretazione uniforme e trasversale: c’è un indice che dice “guarda qui” e non lascia al fruitore la libertà di guardare altro, almeno fino a quando la richiesta espressa dall’indicare, non viene soddisfatta.
Se, in una foto, un dito indica una porzione di pollo in un piatto, difficilmente guarderemo il bicchiere sul tavolo prima di aver soddisfatto la nostra curiosità o attenzione verso ciò che il dito indica.

Inoltre, Fontcuberta rivendica l’importanza di un testo descrittivo quale elemento indispensabile alla comprensione delle foto che propone: una bambina che indica un albero vicino al quale è accaduto un fatto di cronaca, senza un testo o didascalia che spieghi perchè viene indicato quel preciso punto, resterebbe la foto di una bambina che indica un albero. Al contrario, per Barthes, la presenza del testo sulla stessa foto impedirebbe l’emergere del punctum quale elemento dell’interpretazione personale.

Ho poi scoperto, leggendolo, che Dieder Graf, scrittore specializzato in libri di viaggio, anche se conoscitore di molte lingue, aveva creato, nel 1992, una specie di traduttore universale: un piccolo libro delle dimensioni di un passaporto, con dentro circa 1300 piccole fotografie.
In questo modo, se voleva ad esempio comprare un ombrello nel Tibet, apriva il suo “traduttore” e con il dito indicava la foto del’ombrello; una specie di Gulliver nell’isola di Balnibarbi, dove i saggi cercavano di sostituire il linguaggio con oggetti da mostrare all’interlocutore. Dunque mostrare, indicare, additare; il dito torna con preponderante importanza, persino nel titolo di questo geniale libricino: Point it (puntalo).
Questa ultima riflessione, chiaramente ispirata dal concetto di base del testo di Foncuberta, mi ha riportato alla mente un articolo che ho scritto qualche tempo fa per questo blog e che riporto a fondo pagina.

Ed infine, chissa se, per richiamare il pensiero di László Moholy Nagy, non sia o diventerà vero che gli analfabeti del futuro saranno coloro che non sapranno scrivere o leggere una foto.

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Le foto dell’articolo sono presenti nel libro Contro Barthes di Joan Fontcuberta, provengono dall’archivio della rivista “Alerta” e appartengono alle collezioni di:  Editorial RM, Cristina de Middel e Museo dell’Università di Navarra.

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