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World Press Photo 2024

da

Dolore e ipocrisia

Aprile 2024

Mohamed Salem dell’agenzia Reuters Vince il World Press Photo 2024 con la foto di una donna che stringe il cadavere di sua nipote di 5 anni.

La foto, ambientata a Gaza, è carica di dolore ed impotenza per la tragedia che questo popolo vive da decenni.
Non è mio compito, ne questo il luogo, per affrontare il grave problema e non sarei nemmeno in grado di farlo.

Parlo della foto che ha vinto, è nel riquadro in alto ed è un taglio, presumo dell’autore, ricavato dal fotogramma intero che riporto qui sotto.

Cercando in rete maggiori informazioni mi sono imbattuto in un secondo scatto, realizzato probabilmente a qualche attimo di distanza.

La differenza sembra davvero di poco conto eppure, più la guardavo e più mi chiedevo perchè è stata scelta quella che ha vinto.
L’autore la descrive con queste parole: “Momento potente e triste che riassume il senso di ciò che sta accadendo nella Striscia di Gaza.”
La giuria ha motivato il premio dicendo che la foto ha il pregio di essere stata composta con cura e rispetto, offrendo allo stesso tempo uno sguardo metaforico e letterale su una perdita inimmaginabile.

Nonostante tutte le condivisibili motivazioni, più le guardavo più la mia attenzione era per lo scatto “scartato”.
Continuando a leggere on line ho trovato spesso commenti legati all’intimità del dolore di questa donna, alla dignità, alla potenza del messaggio che è decisamente fuori discussione, la foto è potente.
Eppure la mia attenzione era sempre rivolta verso la seconda foto.
Poi ho capito perchè la preferisco alla prima, ovviamente senza nulla togliere alla scelta e alle motivazioni della giuria che hanno ben più valore della mia personale preferenza ed interpretazione, precisando che la riflessione che segue è solo mia, non pretendo che venga colta nello stesso modo da altri.

Il volto.

Apparentemente la differenza potrebbe sembrare persino banale, volto si, volto no.
Nella foto premiata è nascosto, non lo vediamo, proiettiamo il nostro dispiacere e la nostra indignazione in una foto che non ci guarda ma che si lascia osservare.
Più la osserviamo più ci indignamo e più ci indignamo più sentiamo di farne parte.
Guardandole e rigurdandole mi sono reso conto che la differenza non è solo nel volto mostrato, ma in quello che sembra dirmi.

Quel volto non urla solo dolore, urla maledizioni!
Le urla verso chi si indigna dal divano, verso chi scrive la propria indignazione su un cellulare da centinaia di Euro costruito rubando i sogni ed il futuro di bambini come la nipote che tiene in braccio, urla maledizioni verso chi si indigna tra un apericena e la scelta delle scarpe da indossare, verso chi si indigna tra una partita di calcio e una birra.

Inas Abu Maamar, così si chiama la donna, nella foto “scartata” ci urla in faccia tutto il suo disprezzo per la nostra ipocrisia, per la nostra ignavia.
Ci urla in faccia tutto il suo disprezzo per la nostra indignazione a scadenza mentre lei è li e quel dolore continuerà a sentirlo in ogni parte del suo corpo, in ogni suo pensiero per tutta la vita.

Ecco, parafrasando Roland Barthes, le urla silenziose di quel volto sono il mio punctum.

Inas Abu Maamar. Mi sembra di ascoltarla mentre mi dice in faccia le cose che nell’altra foto, quella premiata non può dirmi perchè impegnata ad accarezzare la nipote, a farle sentire la sua presenza.

In quella foto non ci maledice perchè avvolta nel suo intimo dolore.
In quella foto senza volto possiamo immedesimarci, ci sembra di condividere quel dolore ed in questo, in qualche modo, ci autoassolviamo, è un dolore che non accusa. Forse piace di più per questo.

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